Perché riformare il sistema bancario riguarda anche Letta
Le criticità che minano alcune aree del sistema bancario italiano non sembrano preoccupare il governo. Il tema della ristrutturazione del mercato creditizio nazionale non è stato affrontato nemmeno nel discorso con cui ieri il presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha ottenuto la fiducia alla Camera dei deputati. Ma fino a quando il premier potrà trascurarlo?
15 AGO 20

Le criticità che minano alcune aree del sistema bancario italiano non sembrano preoccupare il governo. Il tema della ristrutturazione del mercato creditizio nazionale non è stato affrontato nemmeno nel discorso con cui ieri il presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha ottenuto la fiducia alla Camera dei deputati. Ma fino a quando il premier potrà trascurarlo? Colpite dalla crisi, le banche italiane chiudono le filiali, hanno toccato livelli minimi di redditività (nel 2005 il Roe, Return to equity, era al 10 per cento, oggi è allo 0,5), erogano meno prestiti rispetto a un anno fa (in ottobre Banca d’Italia ha registrato la “maggiore flessione storica” dei prestiti alla clientela) e i crediti deteriorati in portafoglio (140 miliardi complessivi) sono pari alla quasi totalità del patrimonio per Banco Popolare (87 per cento), Banca popolare di Milano (82 per cento), Carige (72 per cento), circa un terzo per Intesa Sanpaolo e Unicredit, stando a un rapporto riservato della banca svizzera Ubs pubblicato da Formiche.net. In più gli istituti sono refrattari a ricapitalizzarsi per via delle resistenze degli azionisti – criticità evidenziata anche nella “nota tecnica” del Fondo monetario internazionale pubblicata venerdì – e per rafforzarsi tagliano giocoforza dividendi e costi. Vista l’erosione del capitale sarà perciò difficile che le banche riusciranno a ricoprire il ruolo di “compratore” di titoli pubblici, di cui ora sono sature grazie ai prestiti ricevuti dalla Bce, anche nel 2014 quando andranno all’asta 65 miliardi di debito pubblico: “Il settore bancario difficilmente assorbirà un simile ammontare”, dice il centro studi Prometeia chiarendo – indirettamente – fin quando il governo potrà soprassedere.
“Il problema c’è – dice al Foglio Angelo De Mattia, ex dirigente di Bankitalia – ma non sembra così sentito al di fuori del sistema bancario e delle autorità regolatorie. Lo si riscontra nel discorso di Letta, che ha parlato sì di Unione bancaria, ma sul sistema nazionale non ha detto nulla. Il governo può dire di avere ridotto i tempi per la deducibilità dei crediti deteriorati e deciso per decreto la rivalutazione delle quote della Banca d’Italia, ma sarebbero utili altri provvedimenti normativi del legislatore”. De Mattia pensa alla riduzione delle sofferenze, attraverso la predisposizione di veicoli per un “mercato” ad hoc, e al conferimento del “potere di rimozione” degli amministratori alla Banca d’Italia, cioè la possibilità di sostituire dei dirigenti senza l’obbligo di nominare un commissario (il che è tra le raccomandazioni “urgenti” indicate all’Italia dal Fmi). Le banche piccole e medie finite in amministrazione straordinaria sono dodici (tra cui Banca Marche, Popolare di Spoleto, Cassa di risparmio di Ferrara). Nel 2012 erano solo tre, secondo il Fondo interbancario di tutela dei depositi. Un’escalation che per Giovanni Barbara, docente di Diritto societario e Corporate governance alla Università Lum Jean Monnet e partner Kstudio Associato (Kpmg), evidenzia una elevata criticità nella gestione delle banche. “Sta al legislatore stabilire dei presidi normativi di base per riformare strutture organizzative rivelatesi inefficienti e obsolete che ad esempio prevedono che un cda in odore di commissariamento possa proporre i nuovi amministratori, oppure sistemi di governance pletorici come ad esempio il sistema duale”, che Intesa conserva ma pensa di abbandonare in futuro. Anche Banca d’Italia ha bacchettato gli istituti perché i consigli sono affollati, composti da persone in età avanzata e senza donne. Eppure avvicinarsi agli standard globali di buon governo contribuirebbe ad accrescere il valore di mercato delle banche, come dimostra un recente studio del Politecnico di Milano.